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mercoledì, 01 luglio 2009 >>>>>>>>>>>-- ore 20:59>>>>>>>>>>>
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faccio sinceramente fatica a considerarlo un romanzo del filone fantasy: del genere ammetto di non trovarci molto. direi più che altro che potrebbe inserirsi in una "scaffalatura" del romanzo storico, sebbene l'ambientazione non riguardi una città reale (ma il paragone col periodo romano è impossibile non vederlo), e le città, la descrizione della vita, delle armi, delle lotte e, tanto più, dei legionari nelle arene, ci riportino indiscutibilmente nell'antica Roma. tolto il dente del "in che filone lo mettiamo?", la lettura procede scorrevole (a dire il vero, in alcuni tratti forse anche un po' troppo veloce, come se si volesse rapidamente arrivare verso la conclusione) ma vi è qualche pecca nella presentazione della caratterizzazione dei personaggi, fatto naturale quando la storia viene condensata e si predilige l'azione. rimane il fatto che sia una trama interessante e sviluppata discretamente: un centinaio di pagine in più (parere personale, of course) avrebbero forse dato maggiore pathos ai personaggi. giudizio finale: buono!
Tratto dalla libreria aNobii di Roberto:
http://www.anobii.com/0179fb1214fd1eb7ed/books
Mi ha fatto piacere leggere questo commento, perché mi ha dato la possibilità di fare alcune riflessioni sul testo.
La prima riguarda il genere.
Beh, che io faccia fatica a inserirmi in un determinato “filone” del fantasy forse è vero. Non scrivo di draghi, maghi, cavalieri, elfi e altre creature tanto care ai lettori del genere. Il rapporto con la magia o con forze superiori nei miei romanzi è spesso di secondo piano, non necessariamente compaiono creature magiche, anche se a volte ci sono armi prodigiose.
Infatti, al contrario di quanto si legge in giro (anche sulla Wiki, ma non vorrei sbagliarmi), io credo che ci sia una sottile differenza tra la fantasy Sword and Sorcery (Spada e Magia) e la Fantasy Eroica, per quanto i due generi tendano spesso a confondersi e ad unirsi. E io dico spesso che scrivo Fantasy Eroica, ovvero un genere di fantasy ambientata in mondi storici o meta-storici al centro delle cui vicende ci sono, appunto, gli “eroi”. Non per niente il mio modello in questo senso è Marion Zimmer Bradley, signora della Sword and Sorcery, ma anche della Fantasy Eroica… e di tante altre cose.
Quindi come definire Valaeria? Un fantasy storico (anche se io direi storicheggiante), low magic? Beh, se volete lo diciamo così. Ma per me è un fantasy eroico.
La seconda considerazione riguarda il testo.
Devo dire che anche io, cinque anni dopo averlo scritto, fatico a considerare Valaeria un romanzo. Lo definirei più un racconto lungo. E, infatti, rappresenta per me il punto di passaggio dalla stesura di racconti alla realizzazione di veri e propri romanzi.
Il fatto che io possa aver prediletto l’azione starà facendo sbellicare alcuni amici dalle risate… Però un po’ è vero, non c’è, in questo testo, lo spessore introspettivo che c’è in altri miei romanzi. Forse anche perché la gestione di personaggi complessi dal punto di vista emotivo richiede più esperienza di quella che avevo allora.
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FraAngel82>>>>>>>>>>>
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lunedì, 29 giugno 2009 >>>>>>>>>>>-- ore 10:16>>>>>>>>>>>
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Qualche giorno fa il titolo di questo post sarebbe stato diverso, sarebbe stato “col male che ti voglio”. Stavo infatti meditando di picchiare Paolo Fox.
È da tutto l’inverno che durante l’oroscopo domenicale Paolo Fox dice che per l’acquario il mese di giugno sarà portatore di grandi cambiamenti e che sarà il periodo in cui vedremo realizzati i nostri progetti.
Solo che… le cose non sembravano andare proprio in questo modo. Giugno è stato un mese pesante sotto molteplici punti di vista. C’è stato di mezzo il lavoro e ho ricevuto due “no” editoriali a cui tenevo uno in fila all’altro. Fino a qualche giorno fa, quindi, sembrava girarmi tutto piuttosto storto e arrancavo cercando una soluzione [notate: sempre avvolta dal mio pessimismo cosmico]. Fino a che… non è arrivato il MIO giugno, all’alba del 24, ma è arrivato! Le cose hanno cominciato a migliorare, le nubi si sono aperte, i progetti hanno iniziato a concretizzarsi. Finalmente ho avuto buone notizie! E sono più serena.
E nonostante io adori la malinconia che mi pervade e la trovi fonte fantastica e inesauribile di sensazioni da mettere nella scrittura, beh, questa volta sono felice di essere felice! E ho voglia di scrivere non perché sono sull’orlo della depressione, ma perché sono soddisfatta e contenta.
Il solstizio d’estate ha portato nuove energie!
Sto già cercando di incanalarle, ma non vedo l’ora che inizino le vacanze per poter partire per un viaggio in qualche nuova avventura fantastica!
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FraAngel82>>>>>>>>>>>
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domenica, 28 giugno 2009 >>>>>>>>>>>-- ore 09:55>>>>>>>>>>>
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Non penso che ci siano regole particolari da seguire nel momento in cui si riceve una proposta. Credo che ognuno debba pensare molto bene e molto seriamente a ciò che vuole ottenere dalla pubblicazione, a quale sia il suo scopo. Anzi, penso che queste riflessioni debbano essere fatte prima di spedire i testi, nel momento in cui si scelgono gli editori da contattare. Nessuno può scegliere al posto dell’autore, solo lui/lei può decidere del destino del proprio testo. Per cui, semplicemente e con buon senso, si dovrebbe pensare realisticamente a ciò che si vuole fare.
Io non sono nemmeno una di quelle persone che tempesta contro gli editori a pagamento e che scoraggia a pubblicare con chi chiede un contributo. Suggerisco, in questi casi, di approfondire un po’ la conoscenza del fenomeno, di capire se il contributo è chiesto perché “c’è sotto qualcosa” (ad esempio una distribuzione inesistente, che significa, in fin dei conti, che l’editore vive dei contributi e non è effettivamente interessato a vendere il vostro libro) oppure se è chiesto (magari in termini di un numero limitato di copie. Limitato, mi raccomando, non siete voi a dovervi accollare la distribuzione) veramente come sostegno al progetto, che però poi può muoversi sulle sue gambe. Tanto dipende anche dalla cifra del contributo. Insomma, come hanno detto anche alcuni editori in interviste apparse online, il contributo non è sempre sinonimo di truffa, ci sono spesso delle motivazioni validissime dietro a questa richiesta. Capisco che il mondo dell’editoria possa apparire una vasca di squali agli occhi dei neofiti (e anche di chi un po’ ci ha navigato), però con un po’ di senso pratico e, ripeto, buon senso si può navigare a vista e imparare a stare a galla.
Se devo essere sincera quello che mi sento di sconsigliare, veramente, è l’affidarsi a stampatori. Tra un piccolo editore e uno stampatore ci sono delle differenze ed io preferisco un piccolo editore, che però sia un editore, piuttosto che stampare il mio libro e non avere alcuna altra garanzia di sorta.
Diverso è il discorso dell’autoproduzione che, sentendo alcuni autori che l’hanno provata, lascia una maggiore libertà, anche se, come è ovvio, richiede un impegno notevole poiché è l’autore che deve seguire tutte le fasi della vita del libro.
Però anche in questi due casi tutto sta alle scelte e alle possibilità, non solo economiche, ma anche di tempo e conoscenze, dell’autore stesso.
Ma parlavamo di autori che ricevono una proposta editoriale.
Signori e signore… se posso permettermi, io consiglierei fondamentalmente tre cose nel momento in cui arriva una proposta:
- far valutare il contratto da un legale;
- sperimentare la distribuzione dell’editore andando a cercare di libri effettivamente nelle librerie e magari provando a chiedere a un libraio di ordinarli;
- leggere un romanzo pubblicato dall’editore (anche questa, magari, sarebbe una cosa da fare anche prima di spedire il testo, ma se ricevete una proposta almeno andate a guardare come sono i testi per avere anche un’idea di come sarebbe il vostro se firmaste il contratto);
Pochi semplici consigli, dettati dal buon senso, insomma.
Ricordare che editing, distribuzione e promozione del testo sono fasi importanti del processo di pubblicazione e che la firma del contratto non è il punto d’arrivo, ma l’inizio di un percorso. I libri non si vendono da soli, per cui se non ci mettete un po’ del vostro… difficilmente riuscire ad arrivare a un pubblico più vasto della cerchia di amici e parenti.
Tenete i piedi per terra. Pubblicare con un grande editore è un sogno concesso a pochissimi (non credete alle favole che si raccontano in rete!), mentre pubblicare con un editore medio-piccolo richiede da parte vostra impegno, perseveranza e pazienza, ma può dare comunque delle soddisfazioni.
I bocca al lupo a tutti quanti.
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FraAngel82>>>>>>>>>>>
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sabato, 27 giugno 2009 >>>>>>>>>>>-- ore 07:35>>>>>>>>>>>
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Prima di andare avanti con la questione che vorrei pormi (e porvi) in questo post, è doveroso che io faccia un paio di premesse:
1.
vorrei ringraziare sinceramente e dal profondo del cuore tutte le persone che hanno letto Valaeria; chi lo ha apprezzato e chi lo apprezzato meno, chi lo ha commentato e chi invece ha tenuto il suo parare per sé… insomma, ringrazio tutti coloro che nello spazio di quelle poche pagine mi hanno seguita nell’avventura che ho voluto raccontare.
2.
vorrei che tutti gli autori che un po’ mi odiano perché non mi sono unita al coro degli osanna per il loro romanzo e che magari si sono anche un po’ infastiditi per gli appunti che a volte mi sono permessa di fare, capissero che non lo faccio con cattiveria, ma solo con lo spirito di chi crede nel confronto reciproco, e che si rendessero conto che non lo faccio con la boria di chi sale su un pulpito, ma con un po’ meno di quella severità che metto nel giudicare me stessa come autrice.
Uh, se solo poteste sentire cosa dico a me stessa quando rileggo quello che scrivo… certi dileggiatori del fantasy italiano vi sembrerebbero barzellettieri al confronto.
Fatte le dovute premesse… veniamo al dunque:
sono passati ormai circa 4 mesi dall’uscita di Valaeria, mentre dopo quasi tre anni Chariza sta andando a morire, e non ho resistito alla tentazione di “tirare le somme”. Perché c’è una cosa che mi sconvolge ed è il fatto che Valaeria stia piacendo più di Chariza.
Lo ammetto, quando ho deciso di pubblicare Valaeria ero un po’ spaventata dall’idea di far circolare un testo che era antecedente a Chariza e per questo meno maturo dal punto di vista stilistico, della costruzione della trama e dei personaggi e sotto molti altri aspetti. Tuttavia alcuni lettori delle mie opere online lo avevano apprezzato e così ho tentato…
Quello che non mi aspettavo che accadesse era che Valaeria potesse colpire l’immaginazione del pubblico più di Chariza! Non me lo aspettavo proprio, perché Valaeria è stato scritto in pochi mesi, originariamente a mano, su un blocco, tra una lezione e l’altra all’università. È nato come esperimento, come esercizio, come gioco, come prova… Chariza invece… oh, Chariza è stato costruito, pensato, ragionato, lavorato per circa nove mesi, per la stesura del romanzo, ma in realtà dietro ci sono quasi due anni di lavoro per la costruzione del background non solo di ambientazione.
Ci sono romanzi a cui gli autori tengono di più, penso sia normale. Io ad esempio sono molto legata a certe storie dello Si-hai-pai e a Chariza in particolare.
Eppure Valaeria sta arrivando molto di più e in modo più immediato di quanto non abbia mai fatto Chariza.
Così mi sono domandata il perché, mi sono posta il problema. [sì, ok, mi pongo sempre un po’ troppi problemi e dovrei piantarla di analizzare tutto… ma sono fatta così]
Se avete idee sul perché piaccia più Valaeria di Chariza siete invitati a esprimerle liberamente, mi aiutereste così a comprendere meglio e a venire a capo della mia piccola indagine.
Tuttavia io mi sono fatta una mezza idea… ovvero ho analizzato alcune possibili motivazioni.
Valaeria potrebbe piacere di più perché è un testo più immediato. Cosa vuol dire? Ad esempio Valaeria ha un livello di introspezione inferiore rispetto a Chariza e buona parte della trama è di fatto composta da scene d’azione (non necessariamente di battaglia, d’azione intese come di fatti di che avvengono sotto gli occhi del lettore). È anche un testo che non richiede lo “sforzo” di entrare in una cultura diversa e lontana, quindi per molti lettori potrebbe essere più affine, più riconoscibile. Valaeria si rifà all’antica Roma che conoscenza comune di tutti gli italiani, perché è il nostro passato. Chariza invece si ispira a paesi chi viviamo come lontanissimi e profondamente diversi. Quindi anche il legame che si crea tra il lettore e i personaggi può avvenire in maniera più semplice e immediata con un testo come Valaeria, piuttosto che per Chariza. Non solo, il linguaggio si uniforma alla storia narrata: il linguaggio di Valaeria è più semplice e diretto, mentre in Chariza mi sono lasciata andare a un certo lirismo nel costruire il background ambientale e sociale e tutto lo stile della narrazione è più… imponente, più elegante, più rarefatto, più orientale. Spesso leggo, nei commenti, che il richiamo al Giappone presente in Chariza viene subito colto, mentre sfugge quasi del tutto quello alla Cina antica, che invece è matrice primigenia dello Si-hai-pai. In Valaeria invece il riconoscimento del modello è immediato e non ha bisogno di spiegazioni di sorta.
Tuttavia, dato che ritengo i lettori esseri pensanti dotati di intelligenza, credo sia assolutamente riduttivo dire che Valaeria piace di più perché è più semplice e immediato. Credo che molto dipenda dal processo di immedesimazione: forse è più spontanea l’immedesimazione in personaggi come quelli di Valaeria, che non in quelli di Chariza. Perché la vendetta e il senso della famiglia che pervadono Valaeria potrebbero appartenere a chiunque di noi, molto più dei tormenti di Chariza. Forse Valaeria mette in campo sentimenti più universali? Forse. Non so. Ditemelo voi.
Cmq, sono aperta a qualsiasi altra possibilità…
Certo è che non posso nascondere un po’ di perplessità di fronte al fatto che Valaeria piaccia più di Chariza. Proprio perché io so quale lavoro differente c’è dietro ai due testi. La cosa positiva è che riesco ormai a guardarli entrambi con un certo distacco e a valutare le cose da un punto di vista esterno. Quindi non è che non mi piaccia Valaeria (l’ho scritto io! Ci mancherebbe che non mi piacesse!), solo che mi sorprende che rispetto a Chariza arrivi di più. Mi rendo conto che le aspettative di un autore sono diverse da quelle di un lettore. Però, proprio per questo, vorrei capire. Sto cercando di capire.
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AdeleS>>>>>>>>>>>
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venerdì, 26 giugno 2009 >>>>>>>>>>>-- ore 08:42>>>>>>>>>>>
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Questa volta mi sono divertita.
Riassunto degli episodi precedenti: gli ep. 1-13 non mi erano piaciuti. Diciamo che anche in questi ho trovato fastidioso il rifarsi a un cliché fin troppo usato nell’animazione giapponese, che è quello dell’agenzia investigativa di fatti misteriosi gestita da adolescenti. È la giovane età dei protagonisti che mi infastidisce. Perché Mai è… una ragazzina. E Naru… non è credibile! Se invece che 17 anni ne avesse 27 potrei stare al gioco dei suoi atteggiamenti, ma così… non riesco neanche a trovarlo affascinante. E quando mette ko Mai con il sorriso fascinoso a me, più che altro, viene da ridere per quanto è scema Mai da farsi fregare per così poco.
Cmq. Questa volta ho apprezzato molto di più la struttura della serie che, a differenza di molte altre, non segue lo schema “un ep. = un caso”, ma sviluppa i casi su più episodi e quindi li rende più complessi e affascinanti. Diciamo che ogni caso è una miniserie all’intero della serie Ghost Hunt.
Questa volta, inoltre, ho apprezzato molto la opening, quasi da J-horror, inteso come film. Tanto che ho pensato che, con i mezzi sufficienti, GH poteva essere tranquillamente girato in live-action… e allora io non lo avrei mai visto perché i live-action giapponesi non mi piacciono molto.
Cmq. GH alla fine si è riscattato e mi è piaciuto. Mi ha fatta sorridere, mi ha tenuta sulla corda, mi ha fatta tirare sospiri di sollievo. Quindi è una bella serie, dopotutto. E c’è da dire anche un’altra cosa: rispetto ai primi 13 ep., qui ci sono stati dei momenti in cui ho avuto davvero paura. Certo, il fatto di aver visto GH di notte ha contribuito. E poi io sono una fifona. Però in certi momenti… paura!
La cosa che invece qui è diventata costante e un po’ indisponente è che, con tutto quello stuolo di medium e attrezzature, alla fine l’unica che abbia le intuizioni più giuste sia quella tonta di Mai. Mah…
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FraAngel82>>>>>>>>>>>
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giovedì, 25 giugno 2009 >>>>>>>>>>>-- ore 09:48>>>>>>>>>>>
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°_° eh?
Cioè bellissimi, nel senso che le Clamp sono fantastiche, i personaggi bellissimi e, come sempre nella saga di Tsubasa Chronicle, le inversioni o le trasformazioni di ruoli che subiscono i personaggi amati dal pubblico delle Clamp in di questo alternative universe lasciano a bocca aperta. Stilisticamente e graficamente, poi, questi OAV sono favolosi.
Insomma, degli episodi assolutamente di pregio sotto tutti i punti di vista… se solo non mi fossi persa qualche passaggio dalla trama generale. Credo, infatti, che avrei dovuto vedere prima la seconda stagione di TC. Ma anche così la storia resta comunque e ancora una volta non conclusa…
Fare il manga? Con le Clamp di mezzo? Scusate, sono delle care ragazze, molto brave in quello che fanno, ma assolutamente inaffidabili. Io sto ancora aspettando di capire se esisterà mai un volumetto 19 di X-1999. Per cui, no, grazie. Il manga non lo faccio. Tanto più che la serie non credo sia terminata neppure in Giappone per cui sarebbe rischiosissimo.
Quindi bellissimi. Mi sono pure un po’ commossa. E ho ululano su Kamui e Subaru versione vampiri… cioè, poteva essere una pacchianata, ma in mano alle Clamp diventa una cosa elegantissima.
Però…se ogni tanto una serie iniziasse e finisse…
Per saperne di più: http://it.wikipedia.org/wiki/Tsubasa_TOKYO_REVELATIONS
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FraAngel82>>>>>>>>>>>
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mercoledì, 24 giugno 2009 >>>>>>>>>>>-- ore 07:52>>>>>>>>>>>
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La mia nuova, piccola, maniacale, fissazione…
Ormai in molti sanno che uno degli appunti che faccio più spesso quando leggo un libro di un esordiente è “troppo detto!”
La prima regola di uno scrittore è: “non dire, mostra!”. E sarebbe carino che, all’alba del 2010, non si scrivesse più come nel ‘700 (già nell’800 molti testi avevano preso quella forma che ha portato al tipo di narrativa contemporanea).
Recentemente ho sviluppato un’altra fissazione: “punto di vista ballerino” potrebbe essere un appunto che ho fatto a qualcuno. Non per colpa dello sventurato autore, ma unicamente a causa di questa mia nuova malattia: il pdv unico!
Sembrerà assurdo, detto da una persona che ha scritto un intero romanzo-breve basato proprio sulla moltiplicazione del pdv. Eppure… è successo.
Dunque, molti manuali sostengono l’utilità del pdv unico soprattutto nell’abito del racconto (Bickham è uno di questi), mentre altri (Dara Marks, per citarne uno) sottolineano come nella complessità della narrazione tipica del romanzo sia quasi indispensabile adeguare il pdv alla scena che si sta andando a narrare e, quindi, l’adozione del pdv multiplo è necessaria. Ovviamente, se andate a scegliere l’uso del pdv multiplo, dice la Marks,… usatelo con saggezza: non cambiate pdv ogni due righe, ma fate in modo che cambi quando è veramente necessario e, almeno, alla fine di una scena.
Io sono sempre stata una grande sostenitrice del pdv multiplo (del resto il modello a cui aspiro è Guerra e Pace, magnifico esempio di pdv multiplo! Oltre che di tante altre cose. Tanto che consiglierei a tutti quei ragazzi che vogliono scrivere di leggersi prima Guerra e Pace… e poi ne parliamo). Grosso modo fino al 2008 tutti i miei testi adottavano un pdv doppio e a volte anche più sfaccettato. Anche se Turtledove aveva già messo la pulce nel mio orecchio…
Harry Turtledove scrive, nella saga della Legione Perduta, con un pdv unico, sempre fisso come un faro sul suo protagonista. Quando lessi per la prima volta Turtledove rimasi spiazzata! Cioè, io lo adoro, ma notai questo elemento della sua narrazione e ne rimasi colpita, perché La Legione Perduta è un romanzo complesso, con un numero di personaggi non indifferente e una trama sfaccettata. Eppure Harry tira dritto come uno schiacciasassi. Perché sa benissimo quello che sta facendo. Non per niente è un maestro della narrazione. Scrive benissimo!
A volte, ne La Legione, rimanevo bloccata perché, abituata alle narrazioni della Bradley&Co., mi aspettavo spesso che il pdv si aprisse per indagare altri personaggi in modo più approfondito. Invece no. Il protagonista, quasi con un espediente da prima persona, resta il nostro occhio ufficiale sulla storia, anche se, attraverso di lui, capiamo e sappiamo tante cose sul mondo e sui personaggi del romanzo. E la storia fila come un fuso, precisa, dritta, compatta. Poche chiacchiere e distintivo!
Quindi avevo riflettuto sulla questione pdv grazie al buon vecchio Harry. Ma non avevo mai messo in pratica questa faccenda del pdv unico, non foss’altro che per fare un dispetto a quell’antipatico di Bickham a cui, accidenti!, mi tocca sempre più spesso dare ragione.
Poi, quest’inverno, sono stata costretta a scrivere un romanzo su due piedi e in tempi brevi (per il concorso della Mondatori… di cui, tra l’altro, non si avranno i risultati fino all’autunno… buona notte!). E, un po’ per forza, un po’ per comodità, un po’ per istinto, ho adottato un pdv unico.
Tatatataaaan…
E mi sono trovata abbastanza bene. Cioè… in certi momenti mi è dispiaciuto non dare voce all’altra metà della storia (anche perché la sentivo più affine a me, rispetto a quella che avevo scelto come pdv). Tuttavia la storia è andata bella dritta.
Io adoro le storie dritte!
Puntare, mirare, fuoco!
Senza orpelli.
E così ho iniziato ad affezionarmi al pdv unico. E a rifletterci con rinnovata serietà.
Ad es.: adesso starei sistemando, e magari cercando di concludere, un vecchio testo. Il pdv è multiplo e, un po’ per uniformità, un po’ per necessità di trama, non posso adottarne uno unico. Lì è indispensabile che il pdv sia multiplo, se no non si capisce niente.
Però c’è una storia nuova, che avevo pensato con pdv doppio, vecchio stile, stile LCB, ma che sto seriamente pensando di portare avanti con un pdv unico. Oppure di scrivere un due trance: prima il pdv di un personaggio, poi il pdv dell’altro. Perché sotto certi aspetti il secondo pdv servirebbe, però la vedo molto bene anche con pdv unico.
Insomma, questa faccenda del pdv unico è una delle cose su cui sto riflettendo di più ultimamente.
Per cui, lo dico agli sventurati autori di cui ho letto e leggerò i libri, se non faccio le capriole perché vi dico “sì, bello, ma… il pdv è ballerino” prendetelo per quello che è: il delirio di una pazza!
Domani magari mi sveglio e decido che, dopo anni di devozione a San Imperfetto (un santo che ammiro, non solo dal punto di vista letterario, in quanto, citando Joe March “siamo tutti terribilmente imperfetti”), voglio votarmi a San Presente. [non credo che accadrà… ma “mani dire mai”]
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FraAngel82>>>>>>>>>>>
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martedì, 23 giugno 2009 >>>>>>>>>>>-- ore 10:38>>>>>>>>>>>
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La prima volta che seguii un corsi di scrittura creativa ricordo che si parlò anche dell’uso della prima persona. L’insegnante disse “scordatevi la prima persona. La prima persona serve per i diari e le lettere. E non siamo qui per imparare a scrivere diari e lettere, ma narrativa”.
Ok, magari non lo disse proprio con questo tono da sergente di ferro, ma più o meno fu quel che disse.
Nella stanza calò il gelo. I miei compagni di corso si scambiarono sguardi spaventati. La prof aggiunse “la prima persona è per principianti, perché sembra più facile da usare. Tutti abbiamo tenuto un diario, per cui ci viene spontaneo usare la prima persona all’inizio”.
Io la fissavo con tanto d’occhi. All’epoca avevo già scritto qualche racconto con la consapevolezza di ciò che stavo facendo ed ero sulla via che mi avrebbe portata a Chariza. La prima persona? Non ci pensavo neanche ad usarla. E a dire il vero guardavo la prof con tanto d’occhi perché mi domandavo come qualcuno potesse pensare di scrivere un racconto o un intero romanzo in prima persona. Ho dei testi che provano che non avevo usato la prima persona nemmeno nei primi tentativi, fanciulleschi (ero alle elementari), di buttar giù una storia complessa. Insomma, io e la prima persona non eravamo mai state molte amiche, anche se mi era capitato di tenere un diario per un breve periodo della mia adolescenza.
Ad ogni modo, la prof la mise giù dura, ma quello che poi andò a spiegare è un concetto molto complesso e fondamentale per la scrittura. Anche per chi scrive in prima persona.
Uno degli aspetti più importanti per chi scrive narrativa, di qualsiasi genere, è la capacità di catturare il lettore, di spingerlo a proseguire nella storia, di convincerlo a fidarsi che quella che sta leggendo sia una buona storia che merita di essere letta. Il lettore vuole essere coinvolto. Ma per essere coinvolto il lettore deve potersi immedesimare e in genere lo fa con il personaggio principale, il protagonista della storia.
La scrittura e la lettura sono un po’ come un gioco di bambini… “facciamo finta che…” (lo dice anche Rodari, non mi prenderei mai il merito di un così felice paragone). Facciamo finta che tu (lettore) sei l’eroe ed io (narratore) sono il tuo fido scudiero e andiamo insieme… verso nuove e entusiasmanti avventure.
Il lettore quindi deve potersi immedesimare con l’eroe, deve poterne condividere le gioie e i dolori, deve restare in ansia per la sua sorte e tirare un sospiro di sollievo quando, alla fine, l’eroe ce la fa (questo vale per qualsiasi tipo di narrativa). Ma la prima persona, se non è usata con la perizia dei grandi scrittori, può portare all’effetto opposto, ovvero può costituire un muro tra l’io narrante e il lettore. Per questo la prima persona, tanto cara ai principianti, è sconsigliata da chi insegna scrittura creativa, perché, a meno che non abbiate vissuto la vita straordinaria di un Lawrence d’Arabia, difficilmente a qualcuno interesserà di leggere a vostra biografia. Perché rendere la storia “troppo personale”, può anche renderla limitata all’uso e consumo dei soli parenti e amici. Come diceva la mia prof “non state scrivendo un diario, state scrivendo narrativa” (lei lo diceva, sempre, con un tono meno da gerarca, ma io stringo). Il lettore, in sostanza, non vuole leggere di voi, ma di se stesso, attraverso le avventure del personaggio.
La terza persona, inoltre, può aiutare molto più della prima, a imparare l’uso del punto di vista, della moltiplicazione dello stesso e anche a gestire meglio la struttura complessa di un romanzo.
Detto questo… ci sono grandi, grandissimi autori, che hanno scritto intere opere in prima persona, perché erano assolutamente padroni dei loro mezzi narrativi. E io stessa ho letto racconti di giovanissimi autori scritti in una magnifica prima persona.
Comunque, a un certo punto mi sono decisa anche io a venire a patti con la prima persona e mi sono messa d’impegno per impararla. E l’unico modo per imparare era scrivere in prima persona.
È stato un trauma!
Scelsi, inconsapevolmente (nel senso che non ragionai più di tanto sul personaggio che usai per quell’esperimento), un personaggio maschile. Non solo dovevo scrivere “io”, cosa che mi creava già da sé difficoltà, ma dovevo essere un uomo!
Potevo cambiare personaggio… avrei potuto. Ma non lo feci. Continuai a lavorare sull’idea che avevo avuto per una serie di racconti e così iniziai a scrivere episodi della vita di quello che è diventato uno dei miei personaggi preferiti: Sei-lan il mago.
Sei-lan il mago mi ha costretta a delle acrobazie narrative non da poco. Perché non solo scrivevo in prima persona, dal punto di vista di un uomo (non privo di difetti, per altro!), ma Sei-lan si è sempre divertito a raccontarmi la sua vita in modo molto… random. Quindi capitava che un giorno scrivessi di lui da vecchio e il giorno dopo di lui bambino, poi mi parlava della sua giovinezza e subito dopo dell’età matura… insomma, Sei-lan è stato uno dei pochi personaggi che mi ha mostrato la sua vita dall’inizio alla fine. Una volta ho perfino usato il presente… uh! Altro grande scoglio. Prima persona, uomo e presente. Ancora mi domando come ho fatto ad arrivare alla fine di quel racconto.
Però è stato divertente. Avrei perfino voluto scrivere un romanzo su Sei-lan o mettere ordine tra i suoi racconti, ma alla fine l’idea originale ha preso strade diverse ed è andata a comporre il nucleo di alcuni progetti in corso.
Con nessun altro ho più usato la prima persona. Però mi sono di certo messa alla prova scrivendo di Sei-lan.
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FraAngel82>>>>>>>>>>>
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lunedì, 22 giugno 2009 >>>>>>>>>>>-- ore 10:38>>>>>>>>>>>
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I. il diritto di non leggere
II. il diritto di saltare le pagine
III. il diritto di non finire il libro
IV. il diritto di rileggere
V. il diritto di leggere qualsiasi cosa
VI. il diritto al bovarismo
VII. il diritto di leggere ovunque
VIII. il diritto di spizzicare
IX. il diritto di leggere ad alta voce
X. il diritto di tacere
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FraAngel82>>>>>>>>>>>
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sabato, 20 giugno 2009 >>>>>>>>>>>-- ore 09:53>>>>>>>>>>>
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Oggi è l’ultimo giorno per spedire al concorso Città di Barletta il racconto sul tema “il castello”.
Non ce l’ho fatta. Ma avevo già rinunciato a inizio settimana. Nonostante le mattine libere, infatti, le cose da fare si sono comunque accumulate e così non sono riuscita a finire il racconto.
Tuttavia ci tengo a terminarlo, senza fretta, perché mi sta piacendo scriverlo.
Anche se, la domanda è: per quanti caratteri reggerò la prima persona?
Ho, infatti, sfruttato (con le opportune modifiche) un personaggio che (diciamo) riciclo per i racconti. E che era nato, ai tempi (credo fosse il 2005), come esperimento per imparare a scrivere in prima persona.
È risaputo: io non amo la prima persona. Però dovevo imparare, tutto quello che non si sa fare va imparato. E così io mi ero messa d’impegno e avevo scritto alcuni racconti con questo personaggio, tutti in prima persona.
È tornato utile. Sono tornati utili anche i racconti.
E questo avrebbe dovuto seguire la stessa falsariga.
Le prima 9000 battute, circa, mi sembrano buone.
Ok, da quando ho imparato a dire che quello che scrivo non fa tutto schifo riesco a valutare più serenamente il mio operato. Però non vorrei lodarmi troppo. Quindi specifico: mi sembrano buone, cioè non fanno del tutto pietà, l’italiano credo di averlo usato correttamente e mi piace l’idea di fondo del racconto. Lungi dall’essere un capolavoro.
Sotto certi aspetti, comunque, il racconto potrebbe aprirsi e chiudersi in queste 9000 battute. Se non fosse che io l’ho pensato in tre parti e quindi adesso andrò avanti con le altre due. Anche perché così è il tripudio del finale aperto, che (va bene) è un po’ un “marchio di fabbrica”, ma va usato con coscienza. Però sono soddisfatta. E questo mi invoglia a continuare. Tanto che una parte di me avrebbe anche pensato di tenere un po’ più di 27000 battute, dato che la questione concorso è archiviata. Ma… per quanti caratteri reggerò la prima persona? Non molti, di sicuro non credo che reggerei per qualcosa come 140000 caratteri. Per cui accantono l’idea e vado avanti con le restanti 18000 battute.
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FraAngel82>>>>>>>>>>>
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